(L'espresso 10 novembre 2005)

GIU' LE MANI DAGLI APPALTI

Troppi enti ad affidare i lavori pubblici. Vanno centralizzati gare e controlli. Così si tiene lontana la mafia. A cominciare dal Ponte

Consigli comunali sciolti per infiltrazioni della camorra in Campania, arresti per gare truccate nel trapanese e la 'ndrangheta che torna agli omicidi politici in Calabria, proprio alla vigilia di una stagione di grandi appalti. La cronaca degli ultimi giorni sembra aver riportato la mafia e i suoi affari sotto i riflettori. Per la cosiddetta Emergenza Calabria si rispolverano addirittura i superprefetti. Ma per Giancarlo Caselli, 66 anni, ex procuratore capo a Palermo e mancato procuratore nazionale Antimafia per sopravvenute cause anagrafiche, la prevenzione conta più della repressione. E la prevenzione si fa sul serio, cominciando a ridurre la pletora delle cosiddette "stazioni appaltanti" - dai Comuni alle municipalizzate, dall'Anas alle Ferrovie e via enumerando - mandando le forze dell'ordine a controllare i cantieri e colpendo la mafia in ciò che ha di più caro. I patrimoni.
Dottor Caselli, che succede improvvisamente?
"Succede che ci deve scappare il morto eccellente perchè lo Stato e la pubblica opinione si ricordino della mafia. Un film già visto, purtroppo".
Però negli ultimi tempi si è ripetuto sino alla noia che la mafia per fortuna non spara più. E che si dedicava solo agli affari...
"Sono anni, ormai, che tutte le Procure del Sud segnalano che appalti e subappalti risentono della forte pressione delle mafie. L'intrusione criminale, come dimostrano decine di processi, avviene a due livelli. A monte, quando Cosa nostra condiziona le procedure di gara. E a valle, quando interviene sulle forniture di calcestruzzo, di ferro e sul noleggio dei macchinari".
Un fatto che crea meno allarme sociale dei morti ammazzati ...
"Ma che ha ricadute sociali pesantissime. Sono convinto che il divario economico tra Sud e Nord sia tutto li: nella presenza della mafia che finisce per soffocare l'economia. Quando vado a parlare ai ragazzi nelle scuole, cito gli ultimi dati del Censis: nelle regioni del Meridione la criminalità blocca 180 mila posti di lavoro e 7,5 miliardi di ricchezza".
Però molti piemontesi, per citare la regione in cui lei fa il procuratore generale, sono stupiti nel vedere tante ditte siciliane e calabresi che stanno eseguendo lavori pubblici. Preconcetti razzisti o c'è qualcosa di strano?
"In Piemonte è innegabile che stia piovendo una quantità di soldi pubblici mai vista. Tra Olimpiadi, metropolitane e alta velocità ferroviaria, sono in corso lavori per oltre 5 miliardi. Per questo le istituzioni stanno tenendo la guardia alta e, tanto per fare un esempio, il Comune di Torino, che è tra le stazioni appaltanti principali, si è dotato di un comitato di sorveglianza affidato a un prefetto. Comunque, per quello che posso dire, sul fronte mafia non ci sono allarmi particolari. Quanto alle ditte del Sud in trasferta, bisogna stare attenti a non generalizzare. Al di là del Piemonte, però, mi preme segnalare un fenomeno completamente nuovo".
Ovvero?
"Da varie indagini condotte un po' in tutta Italia, risulta un notevole "nomadismo" verso Nord di imprese vicine alla mafia. Sono movimenti recenti e sui quali occorre lavorare con grande attenzione".
Torniamo al Sud. Il grande business dei prossimi anni sembra il Ponte sullo Stretto. Una colata di cemento e, soprattutto di miilardi.
"Sul cemento non mi esprimo anche perchè mi sembra che ci stia pensando la Commissione europea. Mentre sugli appalti, siamo all'inizio e comunque non ho conoscenza diretta di eventuali indagini".
E cosa ci può raccontare?
"Quello che posso dire, per la mia esperienza, è che sia la 'ndrangheta che Cosa nostra stanno sicuramente facendosi due calcoli su quante fette di questa enorme torta chiamata Ponte possono intercettare".
Intanto, la prima gara l'ha vinta Impregilo. E' difficile chiedere il pizzo o condizionare grandi imprese conosciute in tutto il mondo?
"Beh, in passato, non tanto. Ai tempi di Tangentopoli venne fuori che anche grandi costruttori del Nord subivano, o sceglievano di "subire", la mafia. E poi le grandi imprese che vincono questi maxiappalti spesso sono poco più che involucri finanziari".
Buoni per i titoli sui giornali?
"Esatto, poi il lavoro vero e proprio lo fanno i tanti subappaltatori".
Che non devono nemmeno presentare la certificazione antimafia ...
"Si, ma anche qui, chi crede che con le certificazioni si risolva il problema è un'anima bella. Si possono anche estendere a mezzo mondo, ma ci saranno sempre plotoni di prestanome incensurati. La mafia si combatte con le indagini e con la prevenzione, non con la burocrazia".
Allora dove bisognerebbe intervenire?
"Sul numero delle stazioni appaltanti. Ma le sembra normale che in Italia ce ne siano 30 mila e nella sola Sicilia 530? E' un record mondiale. Come la presenza delle mafie, guarda caso. E in una babele del genere esercitare il controllo di legalità diventa quasi impossibile. Allora cominciamo a dire che basterebbe una sola stazione appaltante per provincia, più una per regione che si occupa delle grandi opere".
Per il Ponte sarebbero due...
"E pazienza, non è un'impresa da tutti i giorni collegare due regioni. In ogni caso, una volta ridotto il numero delle stazioni appaltanti, presso ognuna di queste si potrebbe istituire un comitato di controllo coordinato dalla prefettura dove investigatori, imprenditori, sindacati e amministratori pubblici dialogano e si scambiano informazioni".
Altre idee?
"Si potrebbero introdurre su larga scala le cosiddette clausole anti-pizzo".
Che cosa sono?
"Le ha proposte Tano Grasso e funzionano così: nei bandi di gara si prevede esplicitamente che nel caso un'impresa paghi il pizzo, la pubblica amministrazione ha diritto alla rescissione del contratto. Ora, è provato che tante opere finiscono per costare il doppio proprio a causa delle estorsioni. Ma con una clausola del genere, al mafioso che viene a chiedere il pizzo, l'imprenditore non potrà che dire: guarda, non posso pagare perchè rischio di perdere l'intero lavoro e di non vedere più un euro. Poi c'è il problema delle accumulazioni di capitali illeciti".
I famosi patrimoni che ogni tanto vengono sequestrati alla mafia.
"E che devono tornare alla collettività in modo che tutta la popolazione veda che lo Stato è più forte di Cosa nostra. Se nei palazzi dei boss ci si mettono asili, scuole, caserme dei vigili e centri sociali allora sarà finalmente possibile sconfiggere Cosa nostra. Ma l'attuale governo ha abolito l'Alto commissariato per i beni sequestrati alla mafia e ne ha spostato le competenze all'Agenzia del demanio".
Che, specie a livello locale, è responsabile dei tempi biblici che passano dal sequestro di polizia alla materiale assegnazione del bene all'ente che ne fa richiesta.
"Ma io non ne faccio nemmeno un discorso di buona volontà o di coraggio del singolo impiegato che si trova per le mani un bene appartenuto a Totò Riina. Sarebbe ingeneroso. Però è innegabile che al Demanio mancano le competenze per un lavoro così delicato e rischioso. Un lavoro sulla cui riuscita si fonda la nuova antimafia dei diritti, quella che restituendo il maltolto afferma i diritti dei cittadini".
Tutte idee che, con la legislatura agli sgoccioli affida alla prossima maggioranza?
"Mi sa di sì. Anche perchè l'unica riforma organica fatta dal centro-destra, quella dell'ordinamento giudiziario voluta dal ministro Castelli, è praticamente tutta da bocciare".
Che cosa si attende invece il magistrato Caselli da un eventuale governo di centro-sinistra?
"Per Caselli come singolo, nulla. Come è noto, avevo fatto domanda per la Procura nazionale antimafia, ma la mia candidatura è stata colpita e affondata da una legge ad personam sull'età per accedere agli incarichi direttivi".
Una legge "ad Casellum".
"Sì, non lo dico io. Se ne sono apertamente vantati alcuni deputati proponenti. Ma lasciamo perdere. Come magistrato chiedo solo più risorse per la Giustizia. I tempi dei processi sono intollerabili, nonostante la produttività dei magistrati sia aumentata. Il fatto è che dal 2001 non c'è un concorso per cancellieri, segretarie, dattilografi, interpreti. Niente di niente. E non essendoci i soldi per gli straordinari degli impiegati, dopo le 14 non si fanno più udienze. Come non bastassero i tagli di bilancio, abbiamo anche a che fare con un susseguirsi di leggi e leggine che hanno reso il processo un percorso a ostacoli".
Ecco la solita toga rossa che invade il campo altrui...
"E invece ho usato un'immagine che non è del pericoloso comunista Caselli, ma di un magistrato autorevole e moderato come il procuratore generale Baldassarre Favara".
Molte leggi contestate sono state introdotte in ossequio al nuovo dettato costituzionale del "giusto processo". Insomma, in chiave garantista.
"Ma non scherziamo! Altro che giusto processo. Qui siamo al doppio processo".
Questa è sua...
"Allora, se vogliamo una formula più ascoltata, parliamo di doppio binario. Una giustizia facilmente eludibile per chi ha i soldi e il potere di avvalersi di avvocati agguerriti, specializzati nel difendersi più "dal" processo che "nel" processo. E una giustizia per i poveri cristi che vivono il processo come un lungo calvario sociale, personale e finanziario".
Anche questa mi sa che non l'ha detta Favara...
"No, la dico io. Che tanto la legge ad personam me la sono già beccata".

FRANCESCO BONAZZI