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(L'Espresso 16 dicembre 2004)
CARITA' MAFIOSA
I magistrati di Potenza lo accusano di rapporti con un boss. Il forzista Blasi non nega. Ma spiega: "Lo facevo per redimerlo"
L'onorevole Gianfranco Blasi è un cattolico a 24 carati. Eletto con Forza Italia, collaboratore del quotidiano "L'avvenire" e attivo nell'associazionismo, gli
sarà sembrato naturale, quando i pm di Potenza Henry John Woodcock e Vincenzo Montemurro lo hanno messo di fronte all'evidenza dei suoi incontri con il boss
Renato Martorano, replicare: "E' vero. Ma l'ho fatto per motivi di carità cristiana, volevo riportarlo sulla retta via". I pm hanno sorriso eppure la faccenda
è seria. La richiesta di arresto nei confronti del parlamentare di Forza Italia per i suoi rapporti con il boss risale al 22 novembre scorso. La Camera non
darà mai l'autorizzazione a procedere e il tribunale del riesame ha annullato molti arresti, compreso il segretario di Blasi, dando così fiato a chi
vede nell'operazione della Procura di Potenza un fumo di persecuzione. Eppure i fatti raccontati nell'ordinanza del gip di Potenza, se pure possono essere insufficienti
a giustificare gli arresti, appaiono seri. E basta leggere le carte dell'inchiesta per capirlo. Si scopre così che il 5 aprile 2001 Gianfranco Blasi, il politico
più importante della destra in Basilicata, appena ottiene il via libera per la sua candidatura alle elezioni, comunica all'amico mafioso la novità: "Tutto
bene, tutto bene, ho firmato, sono in pista". E anzi fissa al boss Martorano un incontro per la mattina successiva: "Ci prendiamo un caffè".
A questo punto sarà allora opportuno ricordare chi è Blasi: il responsabile delle politiche del Sud del primo partito italiano. E chi è Renato
Martorano: un mafioso già arrestato per traffico d'armi e condannato per mafia con sentenza passata in giudicato, e già scontata in carcere.
Mentre aspettava il verdetto dell'appello su un secondo processo per mafia (sarà condannato nel 2003), il boss intratteneva rapporti con gli imprenditori e i
politici più in vista della città, a destra e a sinistra. Ecco il ritratto che ha fornito di lui un pentito, Salvatore Calabrese: "Martorano si occupava di
traffico di stupefacenti e di spaccio di monete false. Da quello che so la droga, soprattutto cocaina, veniva acquistata in Calabria (...) in quantità abbastanza
rilevanti. La stessa veniva poi distribuita nelle zone limitrofe. Poca parte dello stupefacente veniva immessa sulla piazza di Potenza proprio per non destare eccessiva
attenzione delle forze dell'ordine". Martorano era addirittura il rappresentante della 'ndrangheta a Potenza. Eppure, il boss dell'organizzazione criminale era trattato
come un caro amico dal responsabile di Forza Italia per il Mezzogiorno. Negli atti dell'inchiesta ci sono le prove di incontri di Martorano con i Pesce di Rosarno, tra
le famiglie più pericolose di tutta la Calabria.
Oltre a Martorano, Blasi frequentava anche un altro mafioso arrestato dal gip di Potenza su richiesta dei pm Woodcock e Montemurro, Pio Albano. L'onorevole era alla festa
del matrimonio della figlia di Albano. "Per pura cortesia", ha detto Blasi. Ecco come racconta il solito pentito Salvatore una giornata in compagnia dei due boss: "Un
giorno incontrai (...) Pio Albano e Renato Martorano ricordo che ci spostammo in un capannone della zona industriale (...) entrati nell'officina chiesero al proprietario
se erano pronti i ferri e costui prese uno scatolo nel quale erano conservate due pistole, due calibro 7,65 con i relativi silenziatori e con le scatole delle relative
cartucce. Altre cartucce erano sparse nello scatolo (...) le armi vennero prese dal Martorano che provò se i silenziatori si avvitavano".
Ma non erano più le pistole la specialità di Martorano. Il boss usava la sua forza per fare da mediatore tra le imprese dei suoi protetti e la pubblica
amministrazione. In almeno tre occasioni, imprenditori o pubblici funzionari in cerca di nomine che volevano arrivare a Gianfranco Blasi, si rivolgono al boss. E lui
interviene mediante il segretario dell'onorevole. In un solo caso Blasi ha ammesso di essersi mosso per spingere una richiesta. La carità cristiana non c'entra, commenta
il Gip, Blasi aveva "piena consapevolezza della caratura criminale del Martorano". Anzi la usava per "conseguire i vantaggi connessi a tale caratura, in particolare in
termini di consensi elettorali".
MARCO LILLO
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