(L'Espresso 02 settembre 2004)

AI PRIMI DI SETTEMBRE LA PROCURA DI PALERMO CHIEDERA' IL RINVIO A GIUDIZIO DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA. CON L'ACCUSA DI AVER FAVORITO COSA NOSTRA

Secondo i magistrati il parlamentare dell'Udc avrebbe a più riprese passato notizie riservate riguardanti i boss di famiglie mafiose

Le telefonate arrivano a casa Guttadauro proprio il 15 giugno del 2001. Era imbufalito quel giorno il vecchio boss di Brancaccio. Don Peppino, primario al Civico di Palermo, una vita tra camici e coppole, dopo avere scontato la sua condanna per mafia era riuscito a tessere nuovamente la sua tela tra sanità, politica e mafia. Per entrare nel gran gioco delle elezioni aveva puntato su Mimmo Miceli, ex consigliere comunale, figlio di un noto massone, ma soprattutto amico e medico di Totò Cuffaro, nonchè ex socio della moglie. Dopo giorni di spifferate e sospetti, quel giorno Giuseppe Guttadauro scopre fisicamente le microspie dei Carabinieri a casa sua. E proprio quel giorno arrivano le telefonate. Partono da un cellulare Wind intestato a una società di Palermo e gli investigatori sospettano che quel cellulare sia stato usato in passato da Totò Cuffaro o da un suo familiare. La materia è delicatissima: il presidente della Regione è indagato proprio perchè avrebbe rivelato l'esistenza delle indagini agli amici dei boss. Se davvero quelle telefonate partono da un cellulare in uso a Cuffaro, proprio quel giorno, sarebbe un colpo duro per Totò. Ma in Procura ci vanno cauti.
Cuffaro - nelI'ipotesi accusatoria - già aveva passato ai suoi amici la notizia delle indagini. E sarebbe un torto alla sua intelligenza immaginare il presidente che chiama il boss sapendo che sono in corso intercettazioni sul suo conto. In attesa di accertamenti sul cellulare sospetto, i pm Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo, non hanno contestato l'episodio a Cuffaro nel suo ultimo interrogatorio. Di carne al fuoco d'altro canto, ce ne è già a sufficienza. Ai primi di settembre, la Procura di Palermo chiederà il rinvio a giudizio per Totò Vasa Vasa, come è soprannominato il leader dell'Udc siciliano. Cuffaro, ha già ricevuto l'avviso di conclusione delle indagini insieme ad altri 20 indagati. Non è accusato di associazione mafiosa ma solo di avere rivelato notizie riservate, con l'aggravante di avere favorito Cosa Nostra. Gli episodi contestati al presidente siciliano sono sostanzialmente tre. Dopo la rivelazione delle indagini sul conto di Guttadauro nel 2001, Totò fece la spia altre due volte. Il 20 e il 31 ottobre del 2003, prima indirettamente e poi direttamente avrebbe avvertito Michele Aiello, il re della sanità isolana, dell'indagine su di lui e sui suoi amici per associazione mafiosa della Procura di Palermo.
I destini di Aiello, e Cuffaro si legano indissolubilmente. Se Aiello sarà condannato, tutti i rapporti, gli incontri e i favori effettuati da Cuffaro nei suoi confronti assumeranno immediatamente un colore diverso. A partire dai primi approcci nei sottoscala di Aiello, raccontati da Michele Certaino, un suo ex dipendente: "verso la fine del 1997... due o tre volte al mese, nelle ore serali, quando rientravo in sede, l'ingegnere Aiello era solito intrattenersi con l'onorevole Cuffaro. Solitamente li trovavo in una stanza qualsiasi, sempre al piano cantinato, ed erano sempre solo loro due". Per finire con l'ultimo incontro segreto il 31 ottobre scorso a Bagheria all'interno di un negozio di abbigliamento. Cuffaro, secondo i pm, mise in guardia Aiello sullo sviluppo delle indagini. Inoltre i due parlarono anche del tariffario regionale che avrebbe dovuto fissare i prezzi dei rimborsi per le prestazioni delle strutture sanitarie dell'ingegnere. La posizione di Cuffaro è davvero difficile. Aiello e il suo collaboratore Roberto Rotondo lo hanno scaricato, raccontando ai pm che il presidente parlò delle indagini grazie a notizie che lui attingeva a Roma mediante "un filo diretto". Sembra con palazzi molto in alto nella politica romana. Inoltre, questa ricostruzione coincide con ciò che lo stesso Aiello a caldo raccontò la sera stessa al suo socio Aldo Carcione. Ma per Cuffaro, dal punto di vista politico, è ancora più imbarazzante quel che Aiello disse a Carcione sul tariffario: "la settimana entrante approvano tutto e poi però mi ha detto accettateli per come sono... non fate ricorso... perchè fra tre mesi poi li cambiamo".
Nel suo interrogatorio, Cuffaro ha negato di avere mai fatto una simile promessa e si è difeso con intelligenza anche dall'accusa di essere una talpa. Ha solo tentennato quando ha dovuto spiegare le strane modalità del suo incontro con Aiello, gli stratagemmi per sgusciare via senza scorta, l'apprensione che il presidente manifesta in una telefonata intercettata dai Carabinieri quando dice al suo collaboratore: "Spero che tu ci sia andato (dal collaboratore di Aiello per fissare l'incontro, ndr.) e non gli abbia telefonato", evidentemente preoccupato che potesse rimanere una traccia.
D'altro canto, l'incontro in "incognito", la presunta spiata, l'attenzione agli affari di Aiello perderebbero buona parte del loro connotato negativo se Aiello dimostrasse la sua innocenza. Ma al riguardo la Procura sta affilando le sue armi. Oltre ai due bigliettini di Bernardo Provenzano, nei quali il vecchio boss scrive ai suoi: "Ditta Aiello deve fare i lavori ... " i magistrati hanno scoperto che già Totò Riina, quando fu arrestato nel 1993, aveva con sè un bigliettino nel quale si citava "la ditta dell'ingegnere Aiello" e i suoi lavori. Per non parlare dell'ultimo interrogatorio di Nino Giuffrè. Il pentito ha raccontato la storia dell'uccisione di un mafioso che aveva osato fare uno sgarro al boss dei boss chiedendo il pizzo ad Aiello dopo che l'imprenditore aveva già pagato la cosiddetta "messa a posto" a Provenzano.
Non solo. Anche per i due marescialli che passavano notizie ad Aiello arriverà la richiesta di rinvio a giudizio: Giorgio Riolo, carabiniere del Ros, addetto a mettere le microspie nei luoghi più pericolosi e impensabili per dare la caccia a Bernardo Provenzano, e Pippo Ciuro, braccio destro del pm Antonio Ingroia, in forze alla Dia, sono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Le dichiarazioni di un vecchio collega di Ciuro, Girolamo Calabrese, hanno appesantito la sua posizione: "Ciuro ... disse che si stava organizzando un gruppo investigativo per seguire la pista sanitaria per la ricerca del Provenzano e a tal proposito chiese la mia disponibilità a far parte di tale gruppo. E' chiaro che era mia ovvia convinzione che Ciuro parlasse quale componente del gruppo di lavoro del dottore Ingroia e che di trattasse di un discorso serio ed ufficiale. Nel frattempo, riferii a Ciuro le varie attività che io stesso, insieme ad altri colleghi avevo curato .... abbiamo parlato per più di un'ora". Ovviamente Ciuro non ha mai creato nessuna squadra e gli investigatori si chiedono per quale ragione si interessava con simili sotterfugi alla pista sanitaria che mirava a trovare Provenzano partendo dalle strutture sanitarie.
Le ammissioni dell'altro maresciallo al servizio di Aiello sono ancor più compromettenti. Riolo sta riempiendo pagine e pagine di confessioni scioccanti. "Mi dovrei sputare addosso", è sbottato a maggio nell'ultimo interrogatorio. Riolo, non solo aggiornava Aiello sulle indagini e sui luoghi dove metteva le cimici per la caccia a Provenzano, ma gli ha raccontato anche di avere messo le microspie nella cella del boss Filippo Guttadauro (parente di Giuseppe e originario di Bagheria). Ed è arrivato a raccontare ad Aiello che un rampollo della famiglia mafiosa Eucaliptus era in realtà un collaboratore del Sisde.
Basta? No. C'è dell'altro: sei anni fa in tanti si erano chiesti perchè Matteo Messina Denaro fosse sfuggito alla Polizia che gli dava la caccia vicino a Bagheria. Il boss era stato aiutato da Maria Mesi, sorella di Paola Mesi, segretaria di Aiello e messa sotto controllo con una videocamera. Riolo, insieme al collega Antonio Borzacchelli, ora in carcere, avvertì Aiello. E fecero anche un sopralluogo per scoprire dove era la videocamera. Nelle immagini registrate la faccia del boss Messina Denaro non fu mai avvistata. Chissà se in qualche vecchio nastro i due carabinieri e l'imprenditore che piace ai mafiosi sorridono verso l'obiettivo.

MARCO LILLO