(Il Sole 24 Ore 19 giugno 2005)

"LA MAFIA ORA PUNTA AI FONDI DI BRUXELLES"

Intervista a Pietro Grasso

Ci sono due oggetti dai quali Pietro Grasso, procuratore capo a Palermo, ammette di non separarsi mai: un accendino d'argento e la carta d'imbarco di un volo Roma-Palermo.
Tutti e due sono legati a Giovanni Falcone. Il primo è il ricordo di un momento condiviso, il secondo la memoria di un impegno. Il giorno precedente alla strage di Capaci, Grasso e Falcone sarebbero dovuti tornare insieme in Sicilia. Falcone decise però di rinviare la partenza di un giorno per aspettare la moglie.
Dal 1999 Pietro Grasso, sessant'anni, venticinque dei quali trascorsi in prima linea contro Cosa Nostra, guida la procura di Palermo e il suo nome è tra quelli che più ricorre per la successione a Piero Luigi Vigna al vertice della procura nazionale antimafia.
"Io ho dato la mia disponibilità - dice - in ogni caso, per una scelta che ho fatto dopo le stragi di Falcone e Borsellino, sarò sempre disponibile a continuare in qualunque modo il mio impegno contro Cosa Nostra, visto che ho accumulato una certa esperienza. Questo vuol dire che se non andrò alla Dna sarò ugualmente contento di rimanere a Palermo, dove sto bene e dove lavoro ancora con entusiasmo e con serenità. L'importante è che io possa andare avanti e raggiungere il mio obiettivo".
E quale sia questo obiettivo Pietro Grasso lo spiega con una metafora: "Il mio lavoro è come un fiume che nasce da una sorgente, scava il suo letto, a seconda del percorso può anche diventare sotterraneo ma non perde mai l'obiettivo finale che è quello di raggiungere il mare".
Un obiettivo che richiede sempre più strumenti visto che Cosa Nostra punta sempre più in alto...
Sì è vero, abbiamo un'intercettazione in cui il capo di un mandamento dice al suo interlocutore che sarebbe stata "una cosa ottima" avere qualcuno a Bruxelles, presso cioè le istituzioni europee. Qualcuno in grado di conoscere in anticipo le decisioni sui finanziamenti in modo da poter predisporre società e uomini per intercettare queste risorse. Non abbiamo ancora riscontri se quest'operazione sia veramente riuscita. Di certo questo è il momento in cui Cosa Nostra sta applicando la logica degli affari piuttosto che quella del sangue.
Provenzano utilizza i "pizzini", cioè bigliettini di carta, per comunicare con i suoi. Con l'operazione di Bagheria che ha portato all'arresto di Giuseppe Di Fiore, avete scoperto che il contabile del boss latitante usava un piccolo quaderno per tenere i conti di Cosa Nostra. Nello stesso covo però, avete trovato anche dei certificati per l'acquisto di azioni presso il locale sportello di una banca. La mafia dei "pizzini" dunque investe nella finanza. Come convivono questi due aspetti?
Proprio questa è la specificità della mafia siciliana: pur mantenendo saldo il riferimento alle tradizioni, dimostra però una grande capacità di adattamento alle situazioni del momento. Questa è la sua forza, in questo modo è riuscita a sopravvivere negli anni. Non per nulla si è parlato di una mafia rurale, ai tempi in cui il latifondo era alla base dell'economia, poi è stata la volta della mafia urbana, quindi della mafia degli stupefacenti e infine di una Cosa Nostra "imprenditrice". In realtà non sono mafie diverse, ma è la stessa criminalità che intuisce quale volto e attività deve mettere in risalto per trarre il massimo profitto con il minor rischio, in relazione al contesto sociale e a quello economico. Quella attuale è la mafia degli affari, che si muove con strategie da impresa sia quando tratta affari assolutamente illeciti come il traffico di droga, sia quando deve utilizzare profitti di provenienza illecita in attività lecite. E' chiaro che tutto questo inquina pesantemente il mercato: il costo del denaro è una componente essenziale per qualsiasi attività imprenditoriale, averlo a costo zero è un vantaggio che azzera qualunque concorrenza. Fino a quando non si capirà questo, fino a quando cioè ci sarà ancora qualcuno che considera i capitali della mafia, comunque, investimenti che fanno girare l'economia, fino a quando non si rinuncerà a questo sviluppo effimero che poggia su basi fragilissime, non ci saranno possibilità per una svolta e questa situazione si continuerà a perpetuare.
Quando parla di una mafia degli affari, non si riferisce solo agli appalti e al riciclaggio nell'acquisto di immobili e attività commerciali ma anche a una criminalità che utilizza strumenti finanziari sempre più sofisticati?
Cosa Nostra può permettersi i migliori consulenti commerciali e finanziari, che di conseguenza decidono gli investimenti che danno più profitto. La mafia analfabeta, con la coppola e la lupara, è oramai uno stereotipo.
L'idea di una criminalità che usa Internet e pensa alla finanza non è dunque uno scenario futuribile...
No, è reale. Ed è questa quella specificità di cui parlavamo prima: mantenere una struttura magari antiquata che utilizza i "pizzini" per la comunicazione, ed essere al tempo stesso capace di far fare ai capitali mafiosi, in pochi minuti, il giro del mondo.
Dalle vostre indagini patrimoniali sono emersi conti cifrati in banche off shore?
Sotto questo profilo le nostre indagini sono molto difficili, perchè i tempi sono ristretti e perchè spesso manca del tutto la collaborazione dei cosiddetti paradisi fiscali. Quando individuiamo elementi che ci portano sulle tracce di conti off shore sappiamo già che si tratta di un'arma spuntata. Tempo fa, per esempio, abbiamo chiesto una serie di informazioni a una banca residente in uno di questi paradisi fiscali. Ci è stato risposto che oltre al nome della persona titolare del conto volevano anche sapere l'ammontare dell'operazione su cui chiedevamo notizie. Volevano cioè sapere da noi quello che avrebbero dovuto dire loro. Questa sorta di fiscalità ci disarma. E' un buco nero, una zona grigia nella quale finiscono capitali mafiosi, ma anche i proventi dell'evasione e della corruzione.
In Calabria gli investigatori lamentano la mancanza di segnalazioni sospette da parte delle banche. In Sicilia?
Lo scenario coincide, molto spesso siamo noi a scoprire operazioni che avrebbero dovuto segnalarci. C'è una certa ritrosia a farlo, paura spesso, qualche volta addirittura connivenza.
In una recente intervista lei ha lamentato la mancanza di una classe dirigente siciliana adeguata. E' pur vero che le risorse migliori sempre più spesso emigrano proprio perchè non trovano le condizioni per un inserimento professionale. Come si supera questo blocco?
Provocando le condizioni affinchè queste risorse possano ritornare in Sicilia. La famosa questione meridionale non è mai stata superata, anzi. E allora, la strada è l'avvio di progetti a breve, medio e lungo termine per creare uno sviluppo credibile.
Quindi una nuova politica?
Questo non è un compito mio.
E evidente però che sulla criminalità c'è stata una caduta di attenzione. E' come se parlare di mafia non fosse più di moda.
E' vero, ma questo è anche un problema connesso con l'informazione. Falcone diceva che per far sentire l'emergenza occorrerebbe un omicidio eccellente magari una volta all'anno. Chiaramente nessuno si augura questo, ed è ovvio che si tratta di un paradosso. In realtà ci vogliono mezzi straordinari da applicare in maniera ordinaria: l'emergenza deve diventare ordinaria.
C'è una parte del Paese che però non sente il peso della criminalità anche come proprio...
Un grave errore perchè noi siamo il sud dell'Europa. E poi abbiamo comunque segnali che ci danno prospettive e speranze. Alcuni imprenditori hanno cominciato a collaborare con noi.
Le denunce di estorsione restano comunque esigue.
Diciamo che al di là della mancata denuncia, c'è una parte del mondo imprenditoriale che, dovendo sottostare al pagamento del pizzo, prova ad approfittarne, a trarre cioè privilegi dallo stato di monopolio o di oligopolio. E' un sistema che alla fine non paga perchè spesso la criminalità s'impadronisce dell'azienda e l'imprenditore diventa una testa di legno a capo di una società che di fatto non gli appartiene più. Ci è capitato di intercettare la conversazione di un imprenditore che, lavorando per un appalto pubblico e dovendo procedere con delle gettate di cemento necessariamente in un certo giorno, si è trovato senza materiali perchè il suo fornitore aveva avuto un guasto agli impianti. Si è quindi rivolto a un secondo fornitore che però si è rifiutato, nonostante il pagamento di un prezzo più alto. Abbiamo così avuto la conferma che c'è una sorta di spartizione del mercato, soprattutto in alcuni settori, che obbedisce a determinate regole e a una divisione dei territori che coincide con le zone di influenza delle famiglie mafiose.
Lei è appena tornato da una trasferta a Marsiglia sulla tracce di Bernardo Provenzano. Un bilancio?
Certamente positivo. Abbiamo acquisito tutta una serie di indicazioni importanti. Anche se non si tratta di indicazioni direttamente finalizzate alla cattura perchè questa è tutta un'attività che si svolge sul territorio.

SERENA UCCELLO