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(La Repubblica 24 maggio 2004)
QUELLO CHE INTENDEVA FALCONE QUANDO PARLAVA DI AUTONOMIA
Marcello Pera, presidente del Senato e seconda autorità dello Stato parla in lingua
professorale e oscura, di cui però si capisce subito che è sempre schierato toto
corde con il capo del governo e autore della sua fortuna politica. Questa volta ha scelto come
argomento Giovanni Falcone, il magistrato siciliano assassinato dalla mafia.
Una celebrazione in agro dolce: sì certo, era un grande e coraggioso giudice ma i suoi
laudatori a volte esagerano: "Sarebbe vano e anche colpevole alzare steli alla sua persona e
dimenticare le sue idee. Sarebbe poco onesto lodarlo e non prenderlo in seria considerazione. Il
calcolo, le convenienze, il dosaggio non si addicono all'omaggio sincero". A farla breve
prendendo lo spunto da Falcone, l'onorevole Pera ha voluto dirci la sua sull'autonomia e
l'indipendenza della magistratura e ci ha spiegato che esse non sono, come sostengono certi
giudici di sinistra, un privilegio di casta o la riserva di una èlite dello Stato, ma
valori costituzionali.
Insomma che le lamentele dei giudici sulle invadenze dell'esecutivo sono esagerate, sbagliate.
Vorrei come cronista frequentatore del palazzo di Giustizia di Palermo, quando Falcone vi guidava
il pool Antimafia, ricordare al presidente del Senato cosa intendevano Falcone, Borsellino,
Caponnetto e gli altri del pool quando parlavano di autonomia e di indipendenza.
Intendevano non essere venduti alla mafia anche dai loro colleghi e superiori, essere traditi
dallo Stato; non si fidavano di parlare fra di loro negli uffici della Procura, pensavano che
fosse più sicuro parlare negli ascensori; si chiedevano come accadesse quasi regolarmente
che processi istruiti con tutte le cautele, celebrati con tutte le regole, fossero regolarmente
annullati dalla suprema corte, come e perchè gli ufficiali e i sottufficiali dei
carabinieri che indagavano con efficacia venissero trasferiti in altre regioni.
Ricordare Falcone non come uno che ha combattuto la mafia e che la mafia ha ucciso, ma come un
sottile giurista che ha teorizzato sull'autonomia e l'indipendenza della magistratura magari
sbagliando, cioè dissentendo dal superiore pensiero giuridico del cavaliere di Arcore
sembra poco consono a una autorità istituzionale che dovrebbe essere superiore alle
parti.
Ma di superiore alle parti, in questa astiosa campagna elettorale, come si sa, come si vede, non
c'è più nulla specie da parte di una maggioranza che ricorre all'intimidazione e
all'arroganza seminando veleni che rimarranno per anni nella nostra vita civile. Secondo la
tecnica di provocare in continuazione.
Il ministro della Giustizia Castelli per dire, vuol sapere i nomi dei magistrati che sciopereranno
e l'onorevole La Loggia si affretta a minimizzare: "Ma quale lista di proscrizione, quella di
Castelli è semplicemente un modo per sollecitare una riflessione più giusta. Il
giudice Almerighi dice che il nuovo ordinamento attenterà all'autonomia della magistratura?
Ma quale attentato? Noi crediamo nel dialogo. Noi vogliamo costruire tutti assieme un ordinamento
migliore".
Per la maggioranza i magistrati sono nel migliore dei casi delle teste calde, irresponsabili che
si oppongono a una giusta riforma della giustizia. Come se non fossero una delle strutture
portanti dello Stato, novemila in servizio, pochi di numero e poveri di mezzi. La maggioranza
coglie ogni occasione per metterli sul banco degli accusati, il capo del governo ne parla come di
sovversivi, senza preoccuparsi che la disistima per la loro funzione cada in un periodo di
crescente anarchia.
Abbiamo al governo uomini preoccupati più di dividere gli italiani che di unirli. "Trovo
particolarmente allarmante, ha detto Anna Finocchiaro responsabile della Giustizia dell'Ulivo,
che in un periodo in cui la magistratura è continuamente sotto attacco sia proprio il
presidente del Senato ad aggiungere la sua voce ad accuse scomposte. Allarmante ma prevedibile".
GIORGIO BOCCA
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