| |
 |

(La Repubblica 25 maggio 2004)
"PERA STRAVOLGE LE IDEE DI FALCONE MA LUI DIFESE
L'AUTONOMIA DEI PM"
Ilda Boccassini e le polemiche sul ricordo del magistrato
quindici giorni prima di venire ucciso: "Giovanni parlò così"
Ilda Boccassini
"Sorpresa? Per niente. Non sono gli esami a non finire mai, in Italia le sorprese non finiscono
mai. E allora non mi sorprendo se il presidente del Senato, la seconda carica dello Stato,
commemora Giovanni Falcone stropicciando fuori contesto una sua frase per lanciarla, a fini
politici, contro la magistratura. E' stato un passo falso, è stato un errore con tutto il
rispetto che sempre merita la seconda carica dello Stato".
Ilda Boccassini domenica era a Palermo. Nel viaggio di ritorno a Milano ha avuto un bel riflettere
sullo stato delle cose in un Paese lacerato, sempre diviso, sempre in conflitto che non riesce a
trovare ragioni comuni e condivise nemmeno accanto alle tombe, nemmeno riflettendo sulle
testimonianza di vita che quei morti - morti per servire lo Stato - hanno consegnato alla storia
italiana.
A Palermo Giovanni Falcone è stato ricordato, nel dodicesimo anniversario del suo
assassinio, con due manifestazioni. Di diverso colore e segno, per dir così. Romano Prodi e
Giuliano Amato nell'aula dove fu celebrato il processo a Cosa Nostra istruito dal giudice
istruttore e dal pool di Antonino Caponnetto. Lungo l'autostrada a Capaci, accanto alle stele, il
presidente del Senato Marcello Pera, i membri del governo. Nessun canale di comunicazione tra i
due eventi, se si esclude la presenza della famiglia del giudice. Ilda Boccassini se n'è
andata alla fiaccolata dei giovani e non ha avuto modo di ascoltare le parole di Pera. Le ha lette
nelle cronache dei giornali.
Dice ora: "Non sono rimasta sorpresa o sbigottita per le parole del presidente Pera. Sono rimasta
non stupita, ma addolorata per l'occasione che si è voluto utilizzare per portare
l'ennesimo attacco alla magistratura. Ne posso solo prendere atto. Come prendo atto che, dopo
dodici anni Giovanni Falcone, già in vita bistrattato a destra come a sinistra, nemmeno da
morto riesce a trovare la pace e il rispetto che merita, un ricordo che sappia riflettere sulla
sua grandezza, sulla coerenza dei suoi comportamenti e delle sue scelte, sulla lungimiranza delle
sue idee...".
Sono le idee di Falcone che Pera ha ricordato.
"No, purtroppo. E lo dico con molta tristezza. Sono le idee di Falcone che il presidente Pera ha
strumentalmente utilizzato... Il brano citato, domenica a Capaci, dal presidente del Senato fa
parte di una lezione di Giovanni all'istituto Gonzaga di Palermo, quindici giorni prima di essere
ucciso. Era l'otto maggio del 1992. Le sue parole sono a disposizione di tutti, pubblicate in
volume dalla Sansoni (Interventi e Proposte, pagina 183). Era una lezione senza titolo nelle sue
carte. Il titolo che accompagna il testo pubblicato ("Il dibattito politico sul ruolo della
magistratura") è stato apposto dai redattori del libro, ma rende bene il nucleo della
questione che Giovanni affronta".
Qual è, questa questione?
"Falcone discute dei rapporti tra politica e magistratura. Osserva che "dopo la moda del
linciaggio verso la politicizzazione dei giudici... adesso, con una velocità degna di
miglior causa, siamo di fronte alla difesa ad oltranza dell'indipendenza dei giudici". A Giovanni
non sono mai piaciute le "astratte affermazioni di principio" e quel giorno prova ad assaggiare
che cosa, per i magistrati, bolle in pentola. A mo' di esempio cita le proposte dell'ideologo
della Lega, il professor Gianfranco Miglio. Riassume il suo progetto di riforma dell'ufficio del
pubblico ministero: "Organo che dovrebbe essere diviso da quelli della funzione giudiziaria,
organizzato gerarchicamente dal suo interno dove gli organi superiori dovrebbero avocare a
sè gli affari trattati dagli organi inferiori; dove i funzionari avrebbero una carriera
distinta dai magistrati della funzione giurisdizionale e non potrebbero essere trasferiti ad
uffici di quest'ultima". "Il reclutamento dei pubblici ministeri dovrebbe avvenire per concorso,
ma la nomina, le promozioni e la assegnazione", proponeva Miglio, sarebbero state sottratte al
Consiglio superiore della Magistratura per essere assegnate a "un procuratore della Costituzione".
"Dico, en passant, che la riforma di Miglio assomiglia come una goccia d'acqua alla riforma
dell'ordinamento giudiziario in discussione alla Camere, ma questo come è ovvio Giovanni
non poteva saperlo. Sapeva invece che con idee di quel tipo, con una riforma istituzionale di quel
tipo, la magistratura doveva fare ormai i conti senza trincerarsi in una inutile "difesa ad
oltranza". Anche allora il suo occhio vide lontano. Giovanni, in quella lezione al Gonzaga, si
chiedeva dunque come difendere l'autonomia della magistratura. Si chiedeva e si sforzava di far
comprendere come "autonomia e indipendenza potessero rispondere alle reali esigenze della
società, essere funzionali alle necessità della collettività". Solo quella
era la via d'uscita, infatti: rendere concreto per la società l'utilità
dell'autonomia e dell'indipendenza della funzione giudiziaria, vederle "riconosciute come un
valore da custodire e non già come un privilegio" delle toghe.
"E' in quest'orizzonte che Giovanni fece riferimento alla funzionalità dell'autonomia e
dell'indipendenza, valori - disse - che servono per l'efficienza della magistratura. Solo
l'efficienza della funzione giudiziaria messa al servizio della società potrà
trasformare autonomia e indipendenza in valori non per la magistratura, ma per la
collettività. A rileggere quella lezione, il significato è chiaro. Giovanni avverte
i magistrati: attenti, dopo il linciaggio della politicizzazione, verranno riforme che avranno
l'esplicito obiettivo di piegare l'autonomia della nostra funzione. A nulla varrà una
difesa cieca, miope, "ad oltranza", se non renderemo vivo, necessario, conveniente nella
società, con un efficiente servizio, quel valore di autonomia e indipendenza... Mi scusi,
mi interrompo...".
Perchè?
"Questo discorso non voglio farlo, non voglio farmi prendere dalla passione del ricordo di un
amico che, in momenti difficili come questo, ci manca se è possibile ancora di
più.... Non voglio unirmi al coro di chi, anno dopo anno, afferra un lembo del pensiero o
del lavoro di Giovanni per farne scudo alle proprie scelte o per trasformarlo in un'arma d'offesa
contro gli avversari politici. Spero che almeno da morto, come non lo è stato in vita,
Giovanni possa essere rispettato con le sue idee, lucide, premonitrici, controverse o discutibili
come sono tutte le idee. Con il rispetto che un servitore dello Stato, come me, ha e deve avere
per la seconda carica dello Stato, ripeto che il presidente del Senato ha commesso un errore
lasciandosi anch'egli tentare dall'uso strumentale delle riflessioni di Giovanni Falcone. Per di
più, è incappato in una grave contraddizione".
Qual è la contraddizione?
"Pera ricorda che Falcone pose alla base della sua riflessione un trinomio. Autonomia,
indipendenza, efficienza. Giovanni pensava che solo, se efficienti, i magistrati possono
difendere l'autonomia e l'indipendenza della loro funzione. Ma ci sono anche delle condizioni di
base che devono essere assicurate dallo Stato per poter essere efficienti. Perchè il
presidente del Senato non si occupa delle condizioni in cui è stato avvilito il servizio
giudiziario? Perchè non spende una parola dinanzi alle doglianze della magistratura
italiana sull'impossibilità dell'efficienza con gli organici malmessi, le risorse ridotte,
le leggi contraddittorie? Ecco, la strumentalità del discorso del presidente del Senato
è in questa contraddizione. Sembrano non interessargli "le reali esigenze della
società" che stavano a cuore a Giovanni, ma soltanto la reiterazione dell'accusa di
politicizzazione, che, come aveva previsto Falcone più di un decennio fa, annuncia riforme
che vogliono condizionare l'autonomia e l'indipendenza di quel servizio. Se "le reali esigenze
della società" fossero state tra i pensieri di Pera, come lo erano nella mente di
Giovanni, il presidente del Senato avrebbe forse dovuto spendere anche qualche parola sulla
caduta di tensione del ceto politico nel contrasto con la mafia, quella mafia che ha ucciso
Giovanni e Paolo Borsellino e Francesca Morvillo e distrutto le loro scorte. Avrebbe speso
qualche frase contro quel desiderio di convivere con Cosa Nostra che sembra il segno di questi
anni anche per esplicita ammissione di qualche ministro. Avrebbe ricordato che, dentro la
magistratura, c'è stato chi ha venduto la toga al miglior offerente e chi, fuori della
magistratura, l'ha comprata. Avrebbe ricordato che l'efficienza della funzione giudiziaria non
può essere affare soltanto dei giudici o dei pubblici ministeri, ma anche di chi fa le
leggi e amministra l'organizzazione giudiziaria".
Oggi sciopererà?
"Oggi sciopererò e le dico che sciopererò, anche se starò qui nel mio ufficio
a lavorare, anche per onorare il ricordo di Giovanni Falcone, magistrato autonomo, indipendente,
efficiente".
GIUSEPPE D'AVANZO
|
 |

|
|