(L'Unità 22 maggio 2004)

NOI RESTIAMO CON FALCONE

Dodici anni fa le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come le Torri Gemelle: simboli che una violenza criminale decide di abbattere per obiettivi politici totalizzanti, che vanno ben al di là dei bersagli immediati. Quest'immagine (un'idea di Andrea Camilleri) esige però una precisazione: nelle Twin Towers gli americani si riconoscevano tutti, prima ancora che il terrorismo le colpisse; in Falcone e Borsellino, invece, prima che la mafia li trucidasse non tutti gli italiani si riconoscevano. C'era persino chi li insultava. Di Falcone, per esempio, ci fu chi osò scrivere che era uno dei "maggiori responsabili della dèbacle dello Stato di fronte alla mafia"; che se questo "sconfitto di Palermo" fosse stato nominato Procuratore nazionale antimafia, sarebbe stato necessario "guardarsi da due Cosa Nostra, quella che ha la cupola a Palermo e quella che stava per insediarsi a Roma". Per cui sarebbe stato "prudente tenere a portata di mano il passaporto" (le citazioni sono tratte dal "Giornale di Napoli" del 29 ottobre 1991;- ne è autore Lino Jannuzzi;- quello stesso Jannuzzi che ancora oggi - da vari pulpiti generosamente forniti da media sedicenti "garantisti" - continua ad elargire, ai magistrati che vogliono indagare senza compromessi anche sui rapporti fra mafia e politica, graziose espressioni: simili a quelle scagliate in vita contro Falcone; soltanto ora, dopo morto, celebrato come un modello: ma allo scopo di poter parlare male dei vivi anche contrapponendoli artificiosamente ai morti).
Reso onore alla coerenza di Jannuzzi, sempre uguale a se stesso nel valutare i risultati dell'azione antimafia, resta un problema ben più grave. Perchè non tutti gli italiani si riconobbero in Falcone? Perchè, nonostante il capolavoro investigativo-giudiziario del maxiprocesso, nonostante il crollo del mito dell'invulnerabilità della mafia, nonostante il servizio così reso all'intiero Paese, Falcone fu di fatto costretto - alla fine degli anni '80 - ad emigrare da Palermo a Roma? Perchè il suo metodo di lavoro, nonostante gli straordinari successi ottenuti, fu azzerato? La prima risposta è una constatazione: fin quando il pool di Falcone si limitò ad occuparsi di Riina e soci, nessun problema. Ma quando cominciò ad occuparsi anche di mafia, politica e affari (indagando su Ciancimino, sui cugini Salvo e sui cosiddetti Cavalieri del lavoro di Catania) ecco scatenarsi polemiche furibonde: professionisti dell'antimafia; gestione spregiudicata dei pentiti; uso della giustizia per fini politici di parte (più o meno le stesse accuse che vengono rivolte ancora oggi ai magistrati che han cercato di raccogliere, dopo le stragi, la scomoda eredità di Falcone;- con qualche aggiornamento lessicale legato forse al carattere "embedded" di certo giornalismo, vista la sua propensione a parlare di magistratura "chiodata" o "blindata" É). Ma perchè tutto questo? Cos'è che lo rende possibile? Una chiave di lettura si può trovare in Salvatore Lupo, fra i più apprezzati studiosi di mafia.
Sostiene Lupo che c'è una "richiesta di mafia" nel nostro Paese, presente in parti della società civile, dell'imprenditoria, della politica, del sistema economico-finanziario e delle istituzioni. I positivi risultati nel contrasto alla mafia sono stati ottenuti non dallo Stato (che anzi avrebbe ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri), ma da esponenti - minoritari in tutti e tre in settori - dell'opinione pubblica, della politica e delle istituzioni. E proprio questa "richiesta di mafia" spiegherebbe perchè tali positivi risultati, per quanto importanti, siano fin qui stati non definitivi, ma soltanto ciclici. Il non riconoscersi di tanti italiani in Falcone, fu dunque effetto di questa "richiesta di mafia"? Forse invece che di "richiesta di mafia" tout court si potrebbe parlare, più in generale, di propensione o accettazione verso l'inosservanza delle regole. Se sommiamo l'Italia dei furbi e l'Italia degli affaristi o degli impuniti a quella degli indifferenti e dei rassegnati, otterremo cifre complessive decisamente ragguardevoli. Un'Italia di sicuro poco favorevole (quando non ostile) al controllo di legalità, facile preda della black propaganda organizzata da chi voglia difendere interessi che non tollerano controlli. Un'Italia capace anche di accettare suggestioni che le impediscono di riconoscersi nei magistrati come Giovanni Falcone.
Certo è, in ogni caso, che ricordare Giovanni Falcone significa fare memoria (traendone insegnamenti anche per il presente) di quest'esperienza: l'antimafia che fa il suo dovere fino in fondo, senza mai barattare la fedeltà alla legge con scaltrezze o timidezze, è un'antimafia controcorrente, un'azione di minoranza: in quanto tale esposta ad attacchi, veleni e menzogne. Invertire questa tendenza, sostenere sempre di più la lotta alla mafia fino a renderla scelta condivisa dalla maggioranza, è però impresa tuttora assai difficile. Quanto meno finchè ci saranno - e ancora oggi accade con lugubre frequenza - persone che amano intrattenere simpatici e proficui rapporti, quasi sempre d'affari o di scambio, con l'ambiente e l'entourage mafioso. Il fatto che dopo le terribili stragi del 1992 ci siano ancora personaggi (politici, amministratori, imprenditori, operatori economiciÉ) disposti a trescare con mafiosi o paramafiosi come se niente fosse, con assoluta "normalità", è una colossale vergogna che dovrebbe indignare tutti. Invece ci si abitua, ci si convince che così va il mondo (grazie anche alla solidarietà che i compagni di cordata non fanno mai mancare a chi sia indagato o persino condannato). Questione morale e responsabilità politica sono favole per gonzi, da relegare in soffitta. Così, la "richiesta di mafia" invece di esaurirsi si rafforza. Ed il sacrificio di Falcone rischia di essere "celebrato" come un rito, una cerimonia inevitabile da tenersi una volta all'anno, da chiudere e dimenticare in fretta. Magari mischiando in un raggruppamento confuso ed eterogeneo i personaggi più diversi: compresi quelli che nel settembre scorso accusarono le sorelle di Falcone e Borsellino ("colpevoli" di aver difeso i magistrati italiani da chi li stava insultando definendoli "malati di mente") di aver "strumentalizzato due eroi civili, patrimonio della collettività, offendendone l'eroica memoria".

GIAN CARLO CASELLI