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(L'Espresso 12 agosto 2004)
COSA NOSTRA RINGRAZIA
Camorristi e mafiosi di rango. I killer di Borsellino e Livatino. Anche un capo clan albanese. Ecco l'elenco dei 23 detenuti a cui è stato appena
revocato il carcere duro.
Santo Albanese da Turianova ha appena compiuto 36 anni e dovrà passarne 39 in carcere. Il 19 luglio 2002, la Corte d'assise di Palmi lo ha condannato insieme ad altri 47 affiliati
alle cosche di Gioia Tauro per la faida che nei primi anni novanta ha lasciato sul campo una ventina di morti. Albanese è rinchiuso nel carcere milanese di Opera, ma poche settimane
fa gli hanno tolto il "41 bis", il regime di carcere duro nato per impedire che boss mafiosi e terroristi continuino a comandare da dietro le sbarre. "Annullato dal ministro della Giustizia
per problemi sanitari del detenuto", si legge a fianco del suo nome, quello che apre l'elenco ministeriale dei boss "declassati" nel 2004 (termine burocratico del ministero di via Arenula
per indicare il detenuto al quale non si applica più il "41 bis").
Si tratta di una lista aggiornata al 7 luglio scorso che "L'espresso" ha ottenuto e pubblica nella pagina a fianco. Sono 23 capi di Cosa nostra, camorra, 'ndrangheta, mafia e banda della
Marranella (l'organizzazione romana nata sulle ceneri della Magliana) che si vanno ad aggiungere ai 72 "declassati" nel 2003. Un'emorragia costante e silenziosa che ha fatto scendere a quota
630 il totale dei "41 bis" e illumina di luce nuova la pax mafiosa vigente.
Nell'elenco spiccano i tre ergastolani Pietro Vernengo, ex componente della Cupola, Paolo Amico, killer del giudice Rosario Livatino, e Francesco Tagliavia, uno dei carnefici di Paolo Borsellino.
Vi si trovano anche nomi meno noti eppure di notevole peso, come il boss albanese Ardian Kazazi. Camorristi di primo rango come Antonio Esposito, Francesco Sorrentino, Antonio Rullo e i quattro
"Domenico": Ferraioli, Festa, Morelli e Pagnozzi. E poi boss calabresi come Giuseppe Ventre, uno dei capi del clan Piromalli, Nicolò Antonino di Reggio e Domenico Speranza di Brancaleone.
La polemica su un ammorbidimento del "41 bis" è esplosa nei giorni scorsi, quando il senatore diessino Alberto Maritati ha presentato la relazione che gli era stata richiesta dalla
commissione Antimafia. Si trattava di analizzare gli effetti della nuova legge sul carcere duro, quella che nel dicembre del 2002 lo ha inserito stabilmente nel nostro ordinamento dopo dieci
anni di proroghe. Sarà passato poco tempo ma questi 95 boss "declassati" in soli 18 mesi sembrano un po' tanti.
Così, il 21 luglio, Maritati e l'ex presidente dell'Antimafia, Giuseppe Lumia, puntano il dito contro il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, accusandolo di non aver avvertito per
tempo il Parlamento che la gestione quotidiana del nuovo "41 bis" faceva acqua. Castelli risponde che sul tema non ha competenze, e la colpa è semmai dei magistrati di sorveglianza. Se si
guardano gli ultimi 23 declassamenti, almeno cinque sono stati decisi d'ufficio dal Ministero. E soprattutto, anche in presenza di decisioni discutibili di alcuni tribunali, non risulta che il
guardasigilli abbia mostrato il suo abituale rigore, fatto di ispezioni e procedimenti disciplinari a go-go.
Ma al di là delle solite polemiche, se si vuole capire il clima che regna nelle carceri di massima sicurezza, bisogna leggersi le circolari che via Arenula ha mandato negli ultimi mesi.
Quella del 9 ottobre 2003, dispone che i "gruppi di passeggio" di ogni sezione speciale siano formati da non più di quattro detenuti, sostenendo che l'attuale composizione non supera mai le
cinque unità. Molti direttori di carcere hanno sgranato gli occhi, visto che la direzione generale del Ministero sa benissimo che in alcuni istituti i boss passeggiano in gruppi ben più
folti. A Spoleto, per esempio, è notorio che sono formati anche da 10-15 detenuti. La circolare dimentica poi che nella formulazione dei gruppi bisogna evitare che i boss dispongano dei loro
"soldati".
Inoltre, si permette l'uso del campo sportivo una volta a settimana, contraddicendo il limite delle quattro persone. Tanto che alcuni direttori si sono chiesti se al Ministero sanno che in carcere si
gioca a calcio, e non a tennis. Una circolare del 24 settembre 2003 prevede invece che tutti i boss sottoposti a carcere duro possano partecipare alla messa, seppure "uno per banco". Sempre a Spoleto,
in più occasioni tutti i "41 bis" hanno partecipato insieme alla funzione religiosa. Altre disposizioni su pacchi, vestiario e momenti di socialità delegano ai direttori l'onere di fare
la faccia feroce con boss potentissimi. Un capolavoro surreale è la circolare del 18 giugno 2004, con cui il Ministero chiede ai direttori di "voler comunicare le modalità di svolgimento
del controllo della corrispondenza". "Veramente aspettavamo che ce lo diceste voi", è stata la risposta di alcuni di essi.
Ultimo segnale che il meccanismo del "41 bis" si è come incantato è l'indebolimento progressivo del Gom, il raggruppamento speciale della polizia penitenziaria che gestisce i detenuti
sottoposti al regime speciale. I circa 700 uomini del Gom sono stati recentemente privati del trattamento economico di missione. Vista la mala parata, molti di loro hanno chiesto di fare gli impiegati
in qualche ufficio o di tornare ai servizi di scorta. Come non bastasse, da due mesi il loro capo, il generale Alfonso Mattiello, è stato trasferito a Napoli, senza che Castelli si sia ancora
curato di nominarne il successore. "I boss hanno capito che siamo in brache di tela e ora ci trattano con supponenza", riassume un ufficiale dei Gom. "È chiaro che dopo il proclama di Bagarella
contro il 41 bis Roma ci ha mollati", rincara un direttore di carcere. In effetti, in cose di mafia, ricostruire il contesto aiuta a capire ciò che è successo. E qui basta mettere in fila
qualche data.
Il 12 luglio 2002, il boss Leoluca Bagarella legge in tribunale un proclama in cui chiede l'abolizione del carcere duro e attacca direttamente i politici. Il 17 luglio 2002, i boss rinchiusi nel carcere
di Novara scrivono una lettera per accusare i loro avvocati che ora siedono in Parlamento di averli dimenticati. A dicembre, la politica tiene il punto con la nuova legge sul "41 bis" vanto antimafia
della Casa delle libertà. Il 22 dicembre 2002, allo stadio della Favorita, durante Palermo-Ascoli appare uno striscione che dice: "Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia". Il 12
gennaio 2003, allo stadio di Bologna viene srotolato uno striscione di solidarietà con gli ultras palermitani, finiti sotto inchiesta per il fattaccio di un mese prima: ospite del Bologna c'è
il Milan di Berlusconi.
A spendersi contro il "41 bis" sono stati boss come Bagarella e Totò Riina, gente che quando si espone pubblicamente deve fare risultato, altrimenti perde la faccia. Oggi, cifre, tabelle e circolari
dicono che dopo lo striscione di Bologna il carcere duro è stato ammorbidito. E il silenzio dei boss indica apprezzamento.
FRANCESCO BONAZZI
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